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Vertigini in carne viva
Sciamanesimo, estasi e follia in Himalaya
di Martino Nicoletti


Intervista con l'autore

"Vertigini in carne viva. Sciamanesimo, estasi e follia in Himalaya". Il titolo è molto suggestivo, come nasce questo libro?
La pubblicazione è il frutto di una ricerca condotta in Nepal da un'équipe da me diretta nell'ambito di un progetto finanziato dal Comitato Everest-K2-CNR. Il materiale edito è tutto di prima mano. In particolare, oltre alle fotografie, destano un considerevole interesse i disegni riportati in appendice. Si tratta di rappresentazioni eseguite dagli stessi sciamani che riproducono graficamente gli spiriti che loro incontrano durante le visioni che caratterizzano lo stato di trance.

Quali sono i risultati prodotti dalla ricerca?
E' piuttosto difficile tracciare un bilancio, questo perché lo sciamanesimo è una religione molto complessa e difficile da avvicinare nei suoi lati profondi e viscerali. Tutti i risultati raggiunti hanno dunque un carattere estremamente provvisorio. Nello specifico, la nostra attenzione si è concentrata sugli aspetti coreutici e teatrali legati alla ritualità sciamanica. Nel corso del rito, infatti, lo sciamano deve saper cantare, danzare e recitare formule magiche. Molto interessanti, inoltre, sono le relazioni che s'instaurano fra l'officiante e il pubblico che lo assiste.

I riti officiati dallo sciamano hanno una valenza apotropaica?
L'aspetto apotropaico esiste ed è sotteso a questi rituali la cui funzione è principalmente terapeutica. Essi sono preposti a risolvere malattie la cui origine, invisibile, è imputata all'aggressione di qualche spirito.

Quali sono le tecniche di terapia utilizzate?
Ce ne sono di vario tipo e vanno dall'esorcismo più spicciolo ad atti rituali più complessi che comprendono la manipolazione del paziente e di alcune parti del suo corpo. E' inoltre importante sottolineare che lo sciamano, al contrario degli altri officianti del Nepal, agisce in stato di trance.

Si tratta di terapie efficaci?
E' difficile valutarne l'efficacia. Le malattie curate rientrano, infatti, nell'ambito delle patologie magiche che hanno origine in un mondo a noi celato: sia la crisi che la sua risoluzione rimangono dunque nascoste. Del resto, in quanto antropologo, il mio interesse principale non è valutare la validità delle terapie ma capire la logica sottesa alla ritualità sciamanica.

Ha incontrato qualche difficoltà d'inserimento presso il gruppo etnico?
Attualmente vengo trattato in modo abbastanza amichevole dai Kulunge Râi. Negli anni passati ho già condotto altre ricerche presso questo gruppo etnico che ha ormai superato la diffidenza iniziale nei miei confronti. In principio invece, ho incontrato grandi problemi per introdurmi nel loro contesto. La maggior parte delle persone mi scambiava addirittura per un missionario o per un agente del governo centrale. La figura dell'antropologo, ovviamente, non è conosciuta e viene quindi associata a gente ritenuta potenzialmente pericolosa.

Dal punto di vista pratico, invece, quali ostacoli ha dovuto superare?
I Kulunge Râi vivono in una delle zone più impervie e meno accessibili del Nepal, raggiungerli è quindi molto problematico e difficoltoso. La permanenza in loco implica, inoltre, una serie di sacrifici. Bisogna, infatti, adeguarsi a condizioni igieniche piuttosto precarie e fare i conti con problemi tecnici di non secondaria importanza. Il posto non è raggiunto dall'elettricità e, poiché dovevamo girare anche un documentario per Geo&Geo, è stato necessario ricorrere all'uso di pannelli solari per garantire il funzionamento della macchina fotografica e della telecamera.




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