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spettacolo

In scena a spoleto, La Dirindina va a Teatro e il Pimpinone

Ecco il “dittico” di teatro d’opera: due intermezzi racchiusi in un unico spettacolo, la Dirindina, di Domenico Scarlatti e il Pimpinone di Tomaso Albinoni. Interpreti saranno i giovani cantanti dello Sperimentale, tutti vincitori del Concorso


Frizzante, divertente, ironico e gioioso. Così si può definire il “dittico” di teatro d’opera che il Lirico Sperimentale di Spoleto presenterà venerdì 21 settembre (repliche il 22 e 23) al Teatro Caio Melisso della stessa città.

“Dittico” perché si tratta della messa in scena di due intermezzi racchiusi in un unico spettacolo: la Dirindina, di Domenico Scarlatti, su libretto di Girolamo Gigli e il Pimpinone di Tomaso Albinoni, su libretto di Pietro Pariati, altro gioiello di straordinaria limpidezza compositiva che presenta tutti i tratti tipici dell’intermezzo comico.
Dall’unione dei due intermezzi presentati in un’unica serata, ecco che viene fuori nella produzione dello Sperimentale La Dirindina va a Teatro, perché sia le pagine scarlattiane che quelle di Albinoni sono qui interpolate dall’irresistibile trattato Il Teatro alla Moda di Benedetto Marcello, che già nel 1720, anno della sua pubblicazione, metteva in risalto con impietoso umorismo e con un senso di acuto realismo, tutti i difetti del teatro lirico.

La regia dello spettacolo, sempre in bilico tra il teatro di prosa e il teatro d’opera è a firma di Alessio Pizzech.

Con questo nuovo lavoro iniziato lo scorso anno con la sola realizzazione della Dirindina – spiega il giovane e affermato regista livornese – e arricchitosi quest’anno del Pimpinone prosegue l’intento di valorizzare il repertorio degli intermezzi attraverso uno studio attento e contemporaneo del sistema dei recitativi.

Lo spettacolo di quest'anno parte dal consapevole sviluppo della teatralità di questi capolavori della cultura settecentesca. La Dirindina va a Teatro si profila, quindi, come un omaggio al Teatro e al suo Farsi, alla magia della finzione del gioco teatrale. Il palcoscenico diventa con tutti i suoi aspetti tecnici ed estetici, il luogo del Gioco con il Teatro alla Moda di Benedetto Marcello che fa da collante.

La scrittura drammaturgica che ho operato di questo materiale letterario - continua Pizzech – sottolinea, con i suoi funambolici giochi linguistici, un orizzonte di pensiero metateatrale.

Protagonista è la Compagnia, un microcosmo, una piccola società in movimento con i suoi odi ed amori: l'interprete ed il personaggio, l'uomo che sta dietro alla maschera questo mi interessa. Il gruppo di giovani cantanti arrivato in teatro, mette in scena i due intermezzi e un pazzo e folle quanto lucido Capocomico avvia e conduce la macchina teatrale. I personaggi sono figli della grande tradizione della Commedia dell'Arte, ma non più maschere, affrontando così un cambio sociale, una trasformazione tra i vecchi costumi e una nuova Moda: raccontano nuovi bisogni, nuovi codici di riferimento.

Il mondo sta cambiando ed il Teatro o meglio questi intermezzi registrano tale trasformazione. Sono i personaggi femminili a parlare di cambiamento, tutte Locandiere ante litteram: la donna diviene in questo Teatro emblema di un nuovo corso storico.

Nel caso della Dirindina di Scarlatti la giovane nega l'autorità del vecchio maestro di canto per abbandonarsi alla cure di Don Liscione o nel caso di Vespetta protagonista del Pimpinone di Albinoni è lei a sovvertire lo schema sociale approfittando del vecchio Pimpinone e attua una vera scalata sociale: il femminile irrompe sulla scena .

La Dirindina va a Teatro, quindi, è un omaggio alla scena che racconta una società, un teatro che si propone come narratore di costumi come lente e luce che illumina vizi e virtù di un'epoca; è un viaggio tra le forme e i tempi della rappresentazione coinvolgendo tutto la spazio teatrale, portando il anche il pubblico ad essere direttamente protagonista – conclude Pizzech.

Interpreti saranno i giovani cantanti dello Sperimentale, tutti vincitori del Concorso di quest’anno e degli anni precedenti, alcuni già in carriera, altri, invece, come da tradizione, segnano il proprio debutto a Spoleto.

Per Dirindina saranno interpreti il soprano Eleonora Buratto in Dirindina, il baritono Omar Montanari impegnato nelle vesti di Don Carissimo, il tenore Enrico Iviglia in quelli di Liscione.

Per Pimpinone il mezzosoprano Francesca De Giorgi sarà Vespetta e Omar Montanari Pimpinone. Capocomico dello spettacolo l’attore Francesco Wolf.

La revisione musicale è di Andrea Amarante qui impegnato anche come maestro al cembalo insieme all’Ensemble del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto.


La Dirindina di Domenico Scarlatti
La Dirindina, tra tutte le farse, commedie, scherzi, insomma tutti gli intermezzi settecenteschi, è una di quelle che hanno più storia. Girolamo Gigli, autore del libretto la chiama “farsetta” mirando ad un genere nel genere e soprattutto annunciandone la brevità. Non la futilità, ché anzi La Dirindina è una delle più organiche, saporose e, grazie ad un finale imprevedibile di parodia di opera seria, curiose operine del suo genere. A fare le spese della consueta burla del solito vecchio, lo stolido di turno è Don Carissimo, maestro di canto che perde le bave per Dirindina, cantante in erba ma donna esperta. Tra loro si inserisce Liscione, un “musico” come si diceva, e oggi potremmo dire un sopranista: insomma un castrato. L’impossibile amore tra la bella canterina e il musico impotente servirà almeno a sventare le mire del maestro di musica sulla pupilla di cui ammira più che le grazie vocali quelle fisiche. Naturalmente i tre si esprimono con i soliti mezzi che possiedono :recitativi secchi, arie, duetti, sostenuti da un quartetto d’archi e cembalo. E tra fioriture, malintesi e malizie l’intermezzo viaggia verso la sua intuibile conclusione. La musica di Domenico Scarlatti ha la vivacità che troviamo nelle sue straordinarie sonate: con pochissimo riesce a darci l’idea di una cosa grande. L’operina è priva di sinfonia ed è nella tradizionale divisione in due parti. Ma ognuna delle due parti sarà dotata in questa edizione.

Nel 1720 esce la prima edizione de Il Teatro alla Moda di Benedetto Marcello, trattazione che ci appare nella forma di saporito commento a un importante periodo della storia musicale. In esso sono raccolti con umorismo, e talora con un senso di realismo acuto, tutti i difetti del teatro lirico. Basti citare alcune parole che egli scrive nel capitolo dedicato ai Compositori di musica: “Non dovrà il moderno compositore di musica possedere notizia veruna delle regole di ben comporre...non saprà quanti e quali siano li modi ovvero toni...saprà poco leggere, manco scrivere, e per conseguenza non intenderà la lingua latina…”. Emblematico è anche il giudizio che ha dei musici: “Non dovrà il Virtuoso moderno aver solfeggiato, né mai solfeggiare per non cader nel pericolo di fermar la voce, d'intonar giusto, d'andar a tempo, etc, essendo tali cose fuori affatto del moderno costume” Marcello, da buon aristocratico veneziano, dava spesso e volentieri alla sua critica letteraria l'aspetto della satira vera e propria e della parodia, tanto da essere definita “una caricatura saporitissima”. L'arguzia e la finezza delle osservazioni, che pur rendono l'opera gradevolissima, evidenziano altresì la partecipazione di Marcello alle contraddizioni della cultura nella quale si trovò ad operare e ce lo evidenziano come polemista dell'epoca.

La ricostruzione della partitura
La revisione musicale de La Dirindina a opera di Andrea Amarante è partita dall’analisi dell’unica copia manoscritta della partitura, depositata presso la Biblioteca della Fondazione Levi di Venezia, appartenuta, probabilmente, a un cantante e a lui destinata allo studio della parte. Si è proceduto, quindi alla ricostruzione della partitura, evidentemente incompleta perché mancante degli elementi superflui al cantante ma indispensabili al concertatore, prendendo come punto di riferimento lo studio di partiture coeve del medesimo autore, nonché le conoscenze attuali della prassi improvvisatoria, comune a quei tempi a cantanti e strumentisti. Alla partitura originale è stata quindi aggiunta una Sonata quale Ouverture (originariamente non prevista nella struttura dell’Intermezzo) scritta dallo stesso Scarlatti e orchestrata dal revisore.

Scritta per la stagione di carnevale 1715 del Teatro Capranica di Roma, la farsetta venne fermata in extremis dalla censura a causa delle intemperanze del testo. L’autore, il celebre drammaturgo toscano Girolamo Gigli, vi aveva fatto confluire la propria acuminata satira sai verso i costumi del teatro in musica, sia verso la morale ipocrita del bacchettone Don Carissimo (già aveva dato esempi del genere in Don Pilone, un rifacimento del Tartuffe di Moliére). Subito censurata per la scabrosità di alcuni riferimenti, che oggi sarebbero irrilevanti ma che a quel tempo erano insuperabili, l’operina non andò in scena nonostante l’originalità e l’ottima stesura linguistica del libretto.

La trama
Don Carissimo sta impartendo una lezione di canto all’allieva Dirindina, giovane e graziosa, ma musicalmente poco dotata; il maestro palesa la sua gelosia per il castrato Liscione, cui la ragazza dedica un’attenzione equivoca. Proprio in quel momento giunge quest’ultimo, avvisando Dirindina che la richiedono da Milano, per sostenere in teatro una parte impegnativa e molto ben retribuita. Don Carissimo vorrebbe accompagnare la ragazza, ma ne riceve un secco rifiuto; tenta anche di proseguire la lezione, ma poiché Dirindina e Liscione persistono nell’ignorarlo, minaccia di riferire tutto alla madre della ragazza, Dirindona. Liscione consiglia l’amica su come comportarsi a Milano, al fine di compensare con la bellezza e alcuni espedienti la scarsa professionalità. Dopo essersi messo d’accordo sul da farsi, Dirindina viene convinta a provare una scena tragica, la parte di Didone in un’invettiva contro Enea. Sopraggiunge intanto Don Carissimo: non si accorge che si tratta di una recita ma prende invece sul serio i riferimenti al “macchiato letto” e ai “nodi maritali”. Già turbato per l’improbabile unione tra Dirindina e il castrato, quando viene nominato anche il frutto di questo rapporto, Don Carissimo esce allo scoperto, suggerendo a Dirindina dapprima di eliminare il bambino e quindi di sposare Liscione.

Pimpinone
Pimpinone di Tomaso Giovanni Albinoni (1671-1751) su libretto di Pietro Pariati occupa un posto di rilievo nella storia dell'opera comica. Rappresentato per la prima volta nel 1708 presso il Teatro San Cassiano di Venezia (primo teatro pubblico a pagamento) come intermezzo dell’opera Astarto, dello stesso Albinoni, godette di un immediato successo di pubblico. Le innumerevoli repliche presso i teatri di tutta Italia permisero all’opera di Albinoni di esercitare una notevole influenza sulle produzioni successive, rappresentando un vero e proprio modello di riferimento. Seppure non sia oggi ricordata come una delle maggiori opere del prolifico autore veneziano, Pimpinone è una composizione dalla limpidezza straordinaria, un piccolo gioiello che presenta tutti i tratti tipici dell’intermezzo comico. Il genere prendeva forma da due tradizioni precedenti, quelle dell’intervallo e della scena comica, in uso già dal Seicento. La pratica di inserire opere secondarie, anche in più parti, nelle pause fra gli atti era un espediente artistico piuttosto comune in epoca barocca. Tuttavia nelle opere del XVII secolo questi inserti non erano necessariamente farseschi, in considerazione del fatto che spesso anche l’opera principale conteneva momenti ironici o personaggi buffi. Un profondo cambiamento nel modo di scrivere e comporre l’opera si ebbe con il pensiero riformatore del drammaturgo e letterato Apostolo Zeno (1668 – 1750). Questi, tra i fondatori dell’influente Accademia degli Animosi, impose un modello di Opera seria, spogliata di tutti gli elementi comici, per una purezza di stile improntata al rigore ed alla sobrietà. Ma tanto il pubblico quanto gli attori specializzati nella farsa continuarono a reclamare forme di intrattenimento divertente, gioviale. Il compromesso fu trovato nell’intermezzo comico. Con questo sistema si lasciava all’opera principale l’austerità imposta dai letterati, ma si rendeva al pubblico anche gli aspetti dello scherzo e del gioco, relegati in parentesi fra gli atti ma salvi. L'azione di Vespetta e Pimpinone è semplice e ben bilanciata. Nei personaggi sono palesi i richiami alla commedia dell’arte: Vespetta (il cui nome già ne anticipa il carattere) è la giovane serva, furba e turbolenta, che aspira a elevare la sua condizione. Pimpinone è invece il ricco ed ingenuo credulone, facile preda delle astuzie della ragazza. Nei tre atti dell’intermezzo si consuma il tipico rovesciamento delle situazioni: Vespetta, serva senza arte né parte, alla fine si ritroverà padrona in casa di Pimpinone, e questi, dapprima desideroso di sposare la ragazza, si pentirà della scelta fatta. Vivaci nella condotta scenica e nel linguaggio, i due ricoprono gli stessi ruoli dei personaggi del più celebre in questo genere di lavori, La serva padrona del 1733 di Pergolesi. Non a caso lo stesso libretto di Pariati ispirerà altri compositori, tra cui G. Ph. Telemann. La struttura è semplice e chiara: ogni intermezzo prevede due arie (una sola per il primo, più breve intermezzo) intercalati con i recitativi, e un duetto conclusivo. Di notevole efficacia il duetto di chiusura "Se mai più": imitando l’andamento di una concitata conversazione, Albinoni inaugura una scrittura che diventerà caratteristica dell’opera buffa: il povero Pimpinone traendo un insegnamento dalla brutta esperienza, si dichiara solidale con tutti i coniugati presenti in sala.

La presente edizione è stata realizzata per il Teatro Lirico Sperimentale a partire dal manoscritto conservato a Vienna presso la Österreichische Nationalbibliothek.

La trama
Intermezzo primo.
L’astuta cameriera Vespetta si lamenta della sua condizione di serva. Giunge Pimpinone. La ragazza coglie l'occasione e, conversando, lo avverte che si è licenziata dalla casa dove era a servizio, ed è in cerca di un nuovo padrone. Pimpinone, ammaliato dalla giovane serva, la assume.

Intermezzo secondo.
Facendo credere che sia turbata da voci diffamatorie sulla sua situazione in casa di Pimpinone, con una combinazione di promesse e di minacce, Vespetta convince il padrone credulone a sposarla.

Intermezzo terzo.
Una volta maritata, la ragazza rivela finalmente il suo vero volto di donna volubile e capricciosa, pronta alle spese più folli e incline alla vita fuori casa, noncurante delle promesse precedenti. Pimpinone si pentirà invano del suo passo sconsiderato.

Biglietti in vendita presso il nuovo botteghino dello Sperimentale, in Via Filitteria, 7 (Spoleto) tel. 0743.225918 – 329.8529053.

Per informazioni: Teatro Lirico Sperimentale 0743.221645

(20-09-2007)




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Pubblicato in S.Mariano - Perugia - Italia - Ultimo aggiornamento: 20-09-2007 alle :